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Lebowski vs Star Wars 1-0: quando il calcio riparte dal basso

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Lebowski vs Star Wars 1-0: quando il calcio riparte dal basso

di Andrea Provinciali (foto di Ilaria Festa)

Domenica 20 dicembre 2015, Campo Sportivo Comunale di San Donnino a Campi Bisenzio (Firenze). È tutto grigio, tanto il cielo carico di pioggia quanto le maglie striate di nero dei calciatori stanchi che a fine partita si radunano sotto la tribunetta della curva Moana Pozzi a ricambiare l’applauso omaggiatogli da un manipolo di tifosi di casa, nonostante il risultato finale a reti bianche. Tutto normale, finché non compaiono due striscioni che come lampi squarciano le nuvole plumbee: “Han Solo muore” e poco più sotto “Lo uccide il figlio”, firmati URL (Ultimi Rimasti Lebowski).

L’ultimo attesissimo episodio di Guerre stellariIl risveglio della Forza, appena uscito nei cinema italiani – sputtanato così sugli spalti di un campo di periferia durante una partita di Prima categoria tra Centro Storico Lebowski e Club Sportivo Firenze. I primi a subire l’effetto dello spoiler sono i giocatori stessi: chi si rotola per terra dalle risate chi si dispera perché non ha ancora visto il film. Ma non solo, sulla pagina Facebook della squadra viene immediatamente postata una foto con tanto di didascalia inequivocabile “No al Cinema, Sì allo Spoiler”, ed è subito scompiglio.

Uno psicodramma collettivo. Gente che ci minacciava nei commenti, addirittura uno della curva della Ternana che ci ha dato insistentemente dei fascisti, richieste di spiegazioni, cuoricini, fiori, proposte di matrimonio. Che spettacolo”. Così la racconta Lorenzo Giudici, che del C.S. Lebowski è Consigliere ma soprattutto ultras. Perché sì, la squadra fiorentina è una società calcistica completamente autogestita e autofinanziata dai propri tifosi, la prima a nascere direttamente dentro una curva in contrapposizione alla deriva repressiva e affaristica del calcio moderno e con l’intento di coniugare passione, responsabilità, amicizia, socialità e, sì, divertimento.

Lo stesso divertimento che, nelle sue sfumature più goliardiche e irriverenti, è in grado di partorire idee geniali come quella dello spoiler: “È stata una cosa nata per caso. Uno di noi va al cinema a vedere Star Wars proprio i primissimi giorni dell’uscita. Credo che fin dall’inizio la sua unica motivazione fosse quella di rivelare il finale a chiunque incontrasse appena uscito dal cinema, perché è un imbecille. Quindi arriva in riunione e ci fa una testa così col finale. Un altro fa: ‘Ma facciamoci uno striscione‘. E tutti piegati dal ridere. Il motivo è il divertimento, forse la demenza. Però, chiaramente, c’è anche una visione del mondo dietro. Da appassionati di calcio abbiamo un’idea molto chiara delle storture che l’industria dell’intrattenimento e della cultura produce sui rituali popolari. È fuori luogo stare qui a ragionare di categorie filosofiche, ma la scelta, peraltro istintiva, di fare lo striscione ha a che fare con la stessa spettacolarizzazione dei contenuti che combattiamo nel calcio. In questo senso, il nostro è uno spunto di riflessione ‘demente’. In breve, nella massiccia campagna di promozione del film ci sono gli stessi meccanismi che odiamo nel calcio e che tendono a colonizzare l’immaginario”.

Il Centro Storico Lebowski milita oggi nel campionato dilettantistico regionale di Prima categoria (per arrivare in Serie A dovrebbe ancora superare Promozione, Eccellenza e Serie D, Lega Pro e Serie B). A fianco della prima squadra troviamo pure la squadra giovanile Juniores, quella amatoriale “CSL Calabroni” e quella di calcio a 5 femminile “Mele Toste”. Un’organizzazione impeccabile con uno staff attrezzato in ogni aerea, da quella tecnica e sportiva all’amministrazione fino alla comunicazione. Un sito sempre aggiornato (www.cslebowski.it) e ben fatto da far invidia a tante compagini di Serie A. I colori sociali, come detto, sono grigio e nero. La società è stata fondata ufficialmente nel 2010. Ma tutto ebbe inizio in pieno Centro Storico di Firenze nel 2004 quando un gruppo di ragazzi cominciò ad interessarsi a una squadra di Terza categoria con il nome ispirato al film dei fratelli Cohen che non vinceva mai.

Che cosa vi ha spinto verso questa direzione improbabile?

Nessuno sa perché questa cosa sia iniziata. Ognuno dice la sua, ma ognuno racconta delle motivazioni diverse. I fatti sono che una compagnia di sedicenni decide di iniziare il sabato sera un po’ in anticipo, anticipando la sbronza notturna fin dal pomeriggio sui gradoni dei peggiori campi della periferia fiorentina. Qualcuno aveva letto sui giornaletti dedicati al calcio dilettantesco toscano di questa squadra che non vinceva mai e il sabato successivo ci presentammo là e iniziammo a cantare. L’A.C. Lebowski perdeva già 3 a 0. A fine primo tempo i giocatori vennero sotto la tribuna, straniti e quasi innervositi, e chiesero se li stavamo prendendo per il culo: “chi vi ha pagato?”. “Da oggi noi siamo i vostri ultras” rispondemmo. Sono passati oltre 12 anni da quel giorno e la curva non ha mai mancato una partita del Lebowski. Quindi, una parte del tutto è senza senso.

Ma si può cercare una spiegazione, almeno parziale, se si tiene conto di come è cambiato il calcio a partire dalla fine degli anni Novanta. Già da un decennio, grazie alle televisioni, i fatturati delle squadre erano incrementati a dismisura ed era cresciuta anche la rendita di immagine che il calcio consegnava a chi decideva di investirvi. A fine anni Novanta, all’epoca delle “sette sorelle”, la Serie A era il miglior campionato del mondo. Non sto a farla lunga, ma tra le tante conseguenze di questo enorme flusso di capitali c’è stata anche la forsennata repressione della cultura ultras da parte dello Stato, delle forze economiche e dei media: non si poteva tollerare più alcun protagonismo popolare, perché lo show e, di conseguenza, il business non dovevano essere disturbati.

Ora, molti di noi in quegli anni frequentavano le curve di Serie A e hanno subito abusi, denunce, perquisizioni all’alba, diffide. C’è da dire che altri invece non hanno mai visto una partita di calcio in cui non giocasse il Lebowski, c’è addirittura qualcuno che ancora odia il calcio. Certamente però per alcuni il Lebowski è sembrato un luogo dove respirare, dove portare avanti liberamente rituali e pratiche del tifo che erano abituali nelle curve e che sono state progressivamente proibite.

Le curve stavano cambiando. Come e in quale direzione? 

Frequentare una curva, almeno fino al decreto Amato del 2007, era un’esperienza molto intensa. Una cosa selvaggia: si andava in trasferta a centinaia di chilometri da casa con 2000 lire nel portafoglio, si girava l’Italia e si passava in posti mai visti, anche in casa si arrivava allo stadio la mattina presto, la sera si tornava senza voce, passione, bandiere, sciarpe, torce, amici, fumogeni, avversari, tamburi, casini, adrenalina. Poi hanno tolto le bandiere, gli striscioni, i fumogeni, i tamburi, i megafoni. Hanno proibito le trasferte. Hanno messo dei seggiolini con cui ci si spacca le caviglie se ci si azzarda a fare una corsa al vetro quando la squadra segna. Uno dopo l’altro, tutti abbiamo avuto guai con la giustizia per motivi che potevano essere anche davvero ridicoli. Il mondo ultras negli anni Novanta non ha potuto che “politicizzarsi”, perché ha sperimentato sulla propria pelle l’azione del potere economico, repressivo, mediatico, politico. Diventò chiaro che era una questione di rapporti di forza, quindi una dimensione per forza di cose politica. Per incidere sui rapporti di forza abbiamo fatto di tutto, scioperi, manifestazioni, scontri, volantini, coreografie, dibattiti. Per molti di noi, andare al Lebowski non era assolutamente un’alternativa a questo conflitto, ma uno strumento in più che ci mettevamo a disposizione.

Avreste lasciato la curva di Serie A anche senza un’altra squadra da seguire?

È un errore vedere contrapposte le due esperienze. Per molti di noi sono due strade complementari. Tanti di noi vanno ancora in Fiesole (la curva della Fiorentina, Ndr). Provo a spiegarmi così: era in corso un conflitto su cosa dovesse essere il calcio. Ne abbiamo provate di tutte. I rapporti di forza erano estremamente squilibrati. Il Lebowski è stata una delle tante strade che abbiamo imboccato in quegli anni, quella che ci ha portato più lontano.

Per farti capire quanto ci sembra errato teorizzare una contrapposizione tra la nostra esperienza e quella della serie A, considera che al Lebowski non abbiamo quasi mai parlato di “calcio popolare”, abbiamo parlato piuttosto di “calcio minore”. Perché l’espressione “calcio popolare” per alludere al calcio dilettantistico non la capiamo bene. Quando il modo di vivere la squadra è quello istintivo nei tifosi, il calcio è “popolare” anche ai massimi livelli. Lo è in Serie A come in Terza categoria. Le curve strapiene dalle 11 della mattina, le coreografie immense, le trasferte di massa dove il biglietto del treno lo pagava solo chi poteva, l’odio e le polemiche, le chiacchiere da bar, i ragazzi che scavalcano, la domenica rovinata dalla sconfitta per la squadra, le turbolenze. Sono cose “popolari”, no? Lottavamo per un “calcio popolare” anche in Serie A. Siamo ripartiti dal “calcio minore”, con tutte le difficoltà del caso, solo perché nei campi di periferia c’era meno polizia, meno denaro, meno televisioni. Ma non ci siamo inventati niente di nuovo. Solo, i nostri modi di fare, che vogliamo conservare, sbattono contro meno muri.

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Una volta deciso di seguire il Lebowski che cosa è successo? La squadra che militava in terza categoria come l’ha presa?

Nell’A.C. Lebowski la società era autogestita dalla squadra, erano una banda di amici che aveva fondato una squadra di calcio e hanno capito ben presto che era stupendo girare per la città con una banda di scemi al seguito. Credo che i primi anni la gente che ci vedeva pensasse che eravamo pazzi gravi. Però, insomma, se ne accorgono tutti che il calcio è più bello con gli spalti pieni e colorati.

I risultati sul campo sono arrivati da subito?

No, affatto. Abbiamo tifato per anni una squadra che stazionava nelle parti bassissime del campionato di Terza categoria. Col tempo la squadra migliorava, ma rimaneva un progetto sportivo fondato sul divertimento, l’improvvisazione e anche, direi, una superficialità che alla lunga diventava un po’ fastidiosa. La curva cresceva, in effetti diventava famosa, perché l’idea era originale e, soprattutto, il livello del tifo era davvero elevato. La curva diventava sempre più consapevole, mentre la società non ne seguiva l’evoluzione, non ne capiva le istanze e la voglia di riscatto. Infine, per questo motivo le strade si sono divise. I risultati sono venuti quando abbiamo deciso di fondare il Centro Storico Lebowski nel 2010. Dopo l’ennesima pioggia di diffide che ci aveva colpito in Fiesole, decidemmo che i tempi erano maturi per mettere alla prova un’idea pazza: dimostrare con i fatti che il nostro progetto di calcio, maturato nella nostra vita ultras, era superiore a quello promosso dalle istituzioni politiche ed economiche egemoni. Quindi fondammo una società che fosse diretta emanazione della curva. Il comunicato che scrivemmo all’epoca fa capire bene quello che avevamo in testa.

Come è organizzata la vostra società?

Non avendo modelli da seguire, avanziamo per tentativi, per esperimenti. Siamo ancora agli inizi. Facciamo dei consigli aperti a tutti i soci. Le discussioni più importanti le facciamo là. È il vero organismo decisionale. Ci confrontiamo a lungo, poi quando il consiglio prende una posizione, tutti la seguono e si spendono per essa, al di là delle considerazioni personali.

Il consiglio dei soci poi elegge delle figure operative, dei responsabili di alcuni settori specifici, come il direttore sportivo, il tesoriere, il responsabile delle squadre giovanili, la comunicazione, la biglietterie, gli eventi, il bar. Queste figure hanno un buon margine di autonomia, ma rispondono direttamente al consiglio. Alla fine, la scommessa del Lebowski è far emergere la superiorità della proprietà collettiva sulla proprietà privata per lo sviluppo dell’essere umano.

Affrontare i costi di gestione è stato difficile oppure per quelle categorie è tutto più “umano”?

Difficile. Non avevamo niente. Il primo anno abbiamo fatto tutto con meno di 10.000 euro. Abbiamo iscritto la squadra alla Terza categoria e siamo partiti a metà luglio, si parla del 2010, nello scetticismo generale, mettendo 300 euro in sei persone. Abbiamo cercato degli sponsor, abbiamo cercato qualcuno che ci prendesse in affitto sul suo campo e durante l’anno è stato un continuo di iniziative di autofinanziamento. Un’avventura incredibile, una stagione stupenda, il medioevo. Poche cose danno più adrenalina della lotta per la sopravvivenza e per il riconoscimento.

Oggi le spese sono molto cresciute, diverse decine di migliaia di euro, perché abbiamo 4 squadre e una scuola calcio e cerchiamo di essere al più alto livello possibile dal punto di vista della qualità dei servizi offerti ai nostri atleti, che da noi giocano gratis e per passione. Inoltre, per un’incredibile miopia delle istituzioni, siamo ancora senza campo, costretti a stare in affitto, con dei danni palesi per la socialità del territorio. Non c’è un membro delle istituzioni che abbia detto: “Ehi, ma questi hanno fatto tutto da soli, hanno più soci di tutti, mi riempiono gli stadi, in una partita portano più soldi a chi li ospita che tutta la stagione messa assieme, vincono i campionati, fanno attività con il territorio, non sarebbe il caso di smettere di rendergli la vita impossibile?”. E invece niente, a noi basterebbe solo un bando regolare per davvero, mica degli aiuti, dei favori. Considera che, non avendo un campo di cui poter disporre liberamente, la scuola calcio la facciamo al Giardino dei Nidiaci, un giardino nel cuore di San Frediano, centro storico di Firenze, strappato parzialmente alla speculazione immobiliare dalla lotta di un’associazione di residenti con cui collaboriamo.

Horst Wein, creatore di alcuni dei metodi più belli per le scuole calcio, amava dire: “Non dobbiamo portare i bambini troppo lontano dai giardini d’infanzia”, riferendosi all’attitudine di molti allenatori di trattare i bambini seguendo assurdi parametri agonistici. Ecco, noi crediamo a tal punto nella bontà delle affermazioni di Wein, che elaboriamo dei metodi per fare calcio dentro il giardino d’infanzia stesso, e ne siamo orgogliosi. Ma un nostro campo ci manca tantissimo.

A quanti soci siete arrivati oggi?

Abbiamo oltre 450 soci. Da Firenze, soprattutto, ma anche da tutto il mondo. Se vai sul nostro sito puoi vedere la mappa con tutti i luoghi del mondo da cui vengono i nostri soci. Sono 4 continenti. Per noi è motivo di grande orgoglio avere soci dall’estero, perché sono donazioni fatte in spirito militante, per la vicinanza spirituale che le persone avvertono con il nostro progetto. Sono risorse che arrivano dall’autofinanziamento e che permettono di ridurre notevolmente il peso degli sponsor nel bilancio. Però le decisioni prese sono fatte sempre e solo con i soci presenti fisicamente al consiglio, dove ci si può guardare in faccia. Non sono previste votazioni online.

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Ho l’impressione che ultimamente nelle curve del calcio maggiore ci si diverta davvero poco, tranne alcune rare eccezioni (penso Verona, Napoli…). Ad esempio, Roma e Lazio sono in lotta con le modifiche strutturali delle curve. Non vedo mai gesti originali di puro divertimento. Secondo te, la causa di questa mancanza di entusiasmo è diretta conseguenza del calcio moderno? Perché davvero, a vedervi da fuori, la passione “ludica” della curva del CS Lebowski sembra debordante, straripante, impossibile da arginare.

È la domanda più intelligente che mi sia mai stata fatta sul Lebowski. Andare in curva è soprattutto divertimento. Questa è la magia che muove il tutto. Stare con gli amici, sentirsi liberi, prendere freddo, fare cazzate, imparare sulla propria pelle, sbagliare, lasciarsi andare, crescere. Quando non ci si diverte più, è solo quello il momento di smettere. È l’unica vera regola che mi sono dato nella mia vita di ultras. Oggi è più difficile divertirsi e il motivo è che hanno investito molte risorse per reprimere un mondo fatto essenzialmente di una passione e di un divertimento poco compatibile con la logica del business. Hai ragione, anche io credo che nelle curve di oggi ci si diverta davvero poco, se lo si paragona alle emozioni selvagge che abbiamo provato nei decenni precedenti. Delle volte mi capita di entrare in uno stadio di Serie A e di provare una sensazione che io chiamo “attacco di realtà”, dei momenti di lucidità in cui misuro il tempo che è passato e rimango immobile dallo scoramento per la direzione del cambiamento.

Com’è una trasferta del CS Lebowski?

Le situazioni cambiano ogni stagione. Se vedi certe foto dei primi anni, ti sembra impossibile che questa cosa resista. Ci sono 12 persone in piedi su delle balle di fieno a bordo campo nell’empolese. Oggi siamo molti di più. Un centinaio vengono stabilmente. È difficile raccontare una trasferta, proviamo a inventare sempre qualcosa di nuovo. Poi bisogna vedere com’è la situazione ambientale nella città che ci ospita, contro di noi tutti vogliono fare bella figura. Bisogna vedere come si comportano le Forze dell’Ordine. Insomma, l’atteggiamento di solito è andare a giro per la Toscana con molto rispetto per chi ci ospita, cercando però di portare più caos possibile. Gli aneddoti sono infiniti.

Forse la storia migliore è quella di una partita contro la Grignanese, nella piana che circonda Prato. Pieno inverno. Un campo senza spalti in mezzo a tre case, due fabbriche e un cimitero, introvabile. Qualcuno aveva detto: “Grignano? Grignano Sabbiadoro!” e siamo arrivati al campo vestiti da mare, ma proprio con tutto il necessario per una grande giornata in spiaggia. Abbiamo montato gli ombrelloni e le sdraio, qualcuno aveva la settimana enigmistica, abbiamo steso gli asciugamani, qualcuno era nudo e qualcuno con la muta da sub, c’era il surf, la bandiera dei pirati, il pallone da mischietta. La gente ci vedeva fare queste cose e non capiva niente di quanto stava succedendo. La cosa che faceva troppo ridere era il carattere comunque improvvisato del tutto, molto istintivo, molto cialtrone, come se tutti fossero davvero a proprio agio in quella stupidità.

Condividete pure stessi principi, valori e ideali con altre società simili alla vostra come le romane Atletico San Lorenzo e ASD Ardita, poi Stella Rossa Venezia, ASD Quartograd, Lokomotiv Flegrea e Stella Rossa 2006 di Napoli, Gagarin Teramo, Ardita Due Mari (Taranto)… Insomma, già dai nomi è facile evincere il filo rosso che vi collega. Ed è un fatto emblematico vedere in quanti abbiano scelto il calcio minore come scelta di vita.

Sono esperienze che rispettiamo e con cui esiste un dialogo. Ma fai attenzione: sono cose diverse. Noi nasciamo come un gruppo ultras che, nel contesto di una battaglia, apre un determinato progetto per incidere sui rapporti di forza della battaglia stessa. La nostra storia nasce nelle curve degli anni Novanta e Duemila. Le esperienze che hai citato nascono con prospettive e da storie diverse, legate a un territorio e a esperienze più direttamente politiche che vi operavano.

C’è una cosa che voglio dire sul cosiddetto “calcio popolare”. Quando si ha l’ambizione di testimoniare una differenza, quando si combatte per il proprio ideale, è necessario farsi in quattro, provare a essere i migliori. Pensiamo che sia necessario un altro calcio? Bisogna studiare! Bisogna trovare le risorse adeguate!

Per esempio, i nostri tecnici devono essere preparatissimi. Non solo sugli aspetti tattici, ma devono aggiornarsi continuamente sull’alimentazione, sulla preparazione atletica, sulla psicologia. I nostri giocatori, che si dedicano a noi gratuitamente, per la soddisfazione di appartenere al nostro ambiente, devono essere sereni che le cure mediche saranno gratuite e di prima qualità. I soci devono essere consapevoli che tutto dipende dalla qualità della loro militanza, dal livello dell’autorganizzazione. Quel che voglio dire è che l’obiettivo è elevato, la strada è in salita, e a parlare per noi non possono che essere le nostre azioni, perché gli slogan si perdono nel vento.

Pensi che l’esempio del CS Lebowski  possa in qualche modo cambiare le cose e ridimensionare il calcio a tutti i livelli?

Hai fatto bene ad aggiungere “a tutti i livelli”. È un errore pensare che il calcio dilettantistico e giovanile sia immune dalle enormi distorsioni che contraddistinguono le serie maggiori. Anzi, vi si ritrovano gli stessi difetti, resi ancora più grotteschi dalla piccola dimensione: culto del risultato, improvvisazione, ignoranza, clientelismo, privilegio. Mi spiego, fino a pochi anni fa le amministrazioni comunali erano solite destinare una parte degli oneri di urbanizzazione (una tassa pagata da chi costruisce) per sostenere le associazioni sportive locali. I metodi di finanziamento potevano essere peggiori e prevedere la mediazione dell’amministrazione tra una serie di soggetti di diritto privato con diversi interessi sul territorio, in un meccanismo che di fatto sfociava nella tangente. Inoltre, i bandi di assegnazione degli impianti pubblici rispondevano a logiche politiche, destinate a privilegiare l’amico dell’amico del potente di turno. L’interesse delle istituzioni era coltivarsi un importante bacino clientelare, ma le risorse in un modo o nell’altro giravano e permettevano alle Società di portare avanti l’attività e di far arrotondare diversi stipendi.

Non è più nemmeno interessante stare qui a elencare i difetti di questo modello, perché la crisi fiscale dei Comuni lo sta spazzando via. Oggi abbiamo una penuria di risorse così pronunciata da mettere in ginocchio innumerevoli Società sportive, che abituate a una logica “parassitaria”, non sono in grado di riorganizzarsi. E questo è davvero un dramma per la socialità di molto territori.

Di fronte a questa situazione, noi riteniamo che l’unico modo per garantire a un territorio un’attività sportiva di qualità, sia l’assunzione di responsabilità della comunità stessa nella gestione della Società. E’ un modello che affianca una certa indipendenza economica, grazie all’autofinanziamento dei soci, alla costruzione di un forte senso di appartenenza tra la popolazione circostante, con un clima coinvolgente, lo stadio pieno e l’impianto sportivo sempre aperto per i bisogni della cittadinanza, non come fruizione di un servizio ma come momento di partecipazione diretta, di mutualità, di militanza.

Per attuare una simile svolta, occorre dismettere due atteggiamenti tipici: la cultura degli alibi e quella della delega. Nello sport, come altrove, si tende a delegare e a lamentarsi quando le cose vanno male. La squadra perde, tutti a contestare il presidente, l’allenatore, i giocatori. Ma se la squadra è frutto del lavoro di una comunità, chi posso contestare quando le cose vanno male? Nessuno! Ci dobbiamo guardare in faccia, capire dove si è sbagliato e rimboccarsi le maniche. E il rifiuto della delega al padroncino-mecenate e ai dirigentelli-mercanti è anche il primo antidoto per rifiutare gli alibi, che nello sport come nella vita sono la prima fonte di autolimitazione.

Di conseguenza, e qui sono presuntuoso, sono convinto che il CS Lebowski possa essere un’esperienza importante per il calcio italiano. Questa è la responsabilità che sentiamo.

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